La Beat Generation

ritratto di Leonardo Pazienza
Approfondimenti


« Beat è il viaggio dantesco, il beat è Cristo, il beat è Ivan, il beat è qualunque uomo, qualunque uomo che rompa il sentiero stabilito per seguire il sentiero destinato »







COS'è LA BEAT GENERATION?

Un movimento letterario e culturale fiorito negli anni Cinquanta negli Stati Uniti,
caratterizzato da una netta posizione di protesta nei confronti della società conformistica del secondo dopoguerra: una generazione stanca, battuta, senza la speranza di poter
lasciare qualcosa al mondo contemporaneo.
Erano gli anni dello Sputnik, l’era atomico-spaziale, un momento certo di crisi e un
giornalista qualsiasi ebbe la discutibile idea di creare il termine beatnik per indicare alcuni scrittori che in un modo o nell’altro stavano facendo parlare di sé.
Purtroppo bisogna ammettere che è questo ciò a cui si pensa quando, con incurante e
indignante vaghezza, tentiamo senza successo di pensare a un triste momento della storia statunitense; in realtà noi ricordiamo appunto i beatniks, gli hippies, i “figli dei fiori”, le masse arrabbiate di studenti manifestanti, senza renderci ben conto del nostro
imperdonabile errore.
Fu Jack Kerouac a parlare per la prima volta di beat (=battuto) riferendosi non al ritmo
musicale e di certo neppure all’idea di beatificazione, ma riprendendo il topos dell’uomo
moderno battuto appunto e sconfitto di fronte alla società, alla falsa comunicazione,
all’avidità per il denaro, alla violenza, alla sete di potere.
Quindi, in seguito alla brillante pubblicazione di una rivista, si cominciò a parlare di
movimento e di gruppo confondendo inequivocabilmente le comparse travestite della
strada , che già nei Vagabondi del Dharma Kerouac esplicitamente attaccava, con i Beats:
gli scimmiottatori con la minoranza di artisti. Una tale confusione li accomunò ben presto
alla piccola delinquenza, date le brevi esperienze carcerarie di alcuni di loro, e così la
gente comune raramente realizzò il vero atteggiamento e stile che il termine beat
identifica: ”aiuteremo a modificare le leggi che governano i cosiddetti paesi civili di oggi: leggi che hanno coperto la Terra di polizia segreta, campi di concentramento,
oppressione, schiavitù, guerra, morte”.
“Qualcosa sta accadendo. Qualcosa di strano, di incerto, di allarmante, di vivo. Qualcosa
che minaccia molte sacre tradizioni di questo paese, e reclama il diritto di dare alla
nazione la sua ultima possibilità di salvezza”.
Allen Ginsberg parlava di traiettorie e triangolazioni di individui uniti dal comune modo di
sentire: gente senza fede con la coscienza di non aver più nulla da perdere. Di fatto, la
Beat Generation nasce dall’incontro di alcuni giovani tra cui si crea uno straordinario e
incredibile legame: l’amicizia. E’ un gruppo di amici, battuti e in realtà beati, che
contribuisce a dare vita a movimenti pacifisti, altri per i diritti civili e altri ancora per le
libertà sessuali.
Una generazione che è bruciata in fretta, e per questo spesso accomunata alla Lost
Generation, la generazione “perduta”, del primo dopoguerra, ma che ancora continua a
farci compagnia nella nostra voglia di rompere gli schemi, di andare contro i conformismi
puritani e soprattutto nel nostro diritto e dovere di salvare il nostro mondo.
Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti, Corso, McClure, Snyder, Burroughs e tanti altri sono
ancora nostri vivi compagni di viaggio. Ma allora che significa essere beat?
“[…] chi è sopravvissuto a una guerra, sa che essere beat non significa tanto esser morti
di stanchezza quanto avere i nervi a fior di pelle, non tanto essere pieni fin qui quanto
sentirsi svuotati. Beat descrive uno stato d’animo spoglio di ogni sovrastruttura, sensibile
alle vicende del mondo esterno, ma insofferente delle banalità. Essere beat significa
essersi calati nell’abisso della personalità, vedere le cose dal profondo […]”;e Corso
infatti aggiungeva: ”Se si vede la morte e fiori e si vede decapitata una persona di pace, se si vede un decapitato, è terribile, si piange, si diventa curvi e rattrappiti, un funerale è passato, si diventa beat”.
Inoltre una volta gli chiesero se i Beats fossero dei fuorilegge ed egli placidamente
rispose: ”E’ stato un fuorilegge il padre della nostra patria? Si. E’ stato un fuorilegge
Galileo per aver detto che il mondo è rotondo? Io dico che il mondo è rotondo! Non
square, quadrato!”.
Inizialmente apparve lo hipster, l’esistenzialista americano, l’uomo che sa che se il nostro
destino è quello di vivere sotto la continua minaccia di una morte istantanea per una
guerra atomica o di una fine lenta ma certa per consumismo, essendo soffocato ogni
istinto di creazione e di rivolta; allora l’unica risposta vitale è accettare la morte come
pericolo costante, divorziare dalla società e imbarcarsi in un viaggio misterioso negli
imperativi ribelli del proprio “io”. Lo hipster è il “nero bianco” – egli assume la vita, vissuta
al presente, della gente di colore che è al di fuori delle istituzioni bianche - che cerca
piaceri da provare nell’attimo presente, piaceri che la società bianca cristallizza e
riproduce finendo per annientarli. Quindi violenza, sessualità, apoliticità e rifiuto di ogni
moralità.
Accanto a una siffatta figura si formò il beat, un giovane intellettuale deciso a far sentire la
sua voce, accanito ricercatore di verità nella marijuana (lo hipster utilizza l’eroina), nel
misticismo, nelle filosofie orientali, nel sesso e nelle lunghe improvvisazioni del be-bop.
Lo hipster gelido, irraggiungibile, chiuso nella sua letale eroina, e il beat straziato
dall’amore mistico per l’umanità, poeta respinto e incompreso, perennemente sull’orlo
della pazzia e fumatore di marijuana, vivevano fianco a fianco accomunati dal be-bop di
“Bird” Charlie Parker ascoltato nei locali del Greenwich Village (NY) o della North Beach
(SF). Fu il beat a sopravvivere e diede voce alla propria angoscia e a scrivere il proprio
“urlo”. ”Ci apparve Huncke e disse ‘sono beat’ con luce radiosa sprizzante dagli occhi di
disperazione... una parola tratta forse da qualche carnevale o caffetteria di drogati. Era un
nuovo linguaggio, in effetti spade [negro] [...] Intorno al 1948, gli hipsters, o beatsters, si
dividevano in ‘caldi’ [hot] e ‘freddi’ [cool].Gran parte della confusione riguardo gli hipsters e
la Beat Generation deriva in genere dal fatto che ci sono due stili diversi di hipsterism:
quello freddo è il saggio laconico e barbuto che siede davanti a una birra appena iniziata
in un locale beat, ha voce bassa e scortese e ragazze nerovestite che non aprono bocca;
quello caldo è il folle dagli occhi scintillanti (innocente e dal cuore aperto), chiacchierone,
che corre da un bar all’altro, da una casa all’altra, alla ricerca di tutti, gridando irrequieto,
brillo, cercando di far lega con i beat sotterranei che l’ignorano. La maggior parte degli
artisti della Beat Generation appartiene alla scuola calda”6.
Alla fine i Beats cool sparirono chiusi nel loro mondo; i beatniks si stancarono e soprattutto
ebbero paura e tornarono alle loro case; i Beats hot invece - quelli di On the Road, per
intenderci - continuarono a scrivere, a dipingere, a viaggiare e a fumare la marijuana però
ora nascondendosi in modo tale da far calmare le ansie e i timori di polizia e gente, che
raramente si curò di leggere ciò che questi “buffoni-delinquenti” avevano scritto troppo
impegnati con riviste di cronisti mondani.
Ora che i subterraneans, i sotterranei, di Jack Kerouac sono diventati famosi, molti critici li
hanno identificati con la “Scuola di San Francisco”, ma anche questo è da considerarsi un
errore. La Beat Generation infatti si è inserita in tale gruppo costituito perlopiù da vecchi
anarchici dadaisti, tra cui il “santone” Henry Miller, Kenneth Rexroth e Robert Duncan; ma,
in realtà, i Beats, pressappoco una “gioventù bruciata”, si diresse verso una direzione ben
diversa seppur ramificata a partire da idee già note al mondo culturale del Novecento.
Non sono professori o scrittori professionisti, cambiano lavoro continuamente e sono
perennemente in bolletta; giovani disperati che credono nella vita ma che rigettano i
sistemi morali precostituiti. Bevono molto, fumano parecchia marijuana e girano il mondo
in autostop ascoltando e improvvisando jazz, ma soprattutto scrivono romanzi e poesie. E’
stato facile quindi scambiare il loro stile di vita con una semplice rivolta anti-borghese.
Ora però che le rabbie ideologiche si sono sopite, le invidie sono state appagate, il
disprezzo è stato placato, il minuscolo gruppo di poeti-scrittori degli anni Cinquanta può
essere visto non tanto come un semplice e curioso soggetto sociologico, ma come un
motore creatore di utopia. E l’utopia era quella di ottenere con una rigorosa non violenza la
soluzione dei conflitti di classe e la liberazione da ogni tabù e soprattutto di proporre un
nuovo e originale legame tra gli uomini e il Tutto.

“La Beat Generation
è un gruppo di bambini
all’angolo della strada
che parlano della fine del mondo”
(kerouac)


CINEMA

Il film Pull My Daisy, del 1959, di Robert Frank e Alfred Leslie,è ritrnuto il manifesto del cinema beat: la voce fuori campo è di Jack Kerouac e fra gli attori compaiono Peter Orlovsky, Allen Ginsberg e Corso. La breve narrazione (di 28 minuti) di una divagante chiaccherata tra amici gioca sul cortocircuito tra modi e strutture della finzione e istanze di realismo documentario.

Del 1960 è La nostra vita comincia di notte, di Herman Rhudell McDougall, del 1987 The Beat Generation: An American Dream, con Burroughs, Cassady, Corso, Kerouac, Ginsberg e Ferlinghetti
del 1991 Il pasto Nudo (Naked Lunch), di David Cronenberg, tratto dall'omonimo romanzo di William Seward Burroughs, del 1959.

DOCUMENTO VIDEO:

William Burroughs cut ups
http://www.youtube.com/watch?v=6NU3dIdqIBw




fonti:
http://digilander.libero.it/laBeatGeneration
e wikipedia
[l'incipit è di Gregory Corso]