Of course, She’s Working with Magic!

ritratto di Nila Shabnam Bonetti
Recensioni



“...arrampicati su di me
e guarda più lontano che puoi

tu sei così forte

io sono così sensibile

va tutto bene

va tutto bene

non avere paura...”

Alles Ist Gut, Nathalie Djurberg




18 Maggio 2008.
Una grigia coltre nuvolosa si abbatte su Milano, regalando ai cittadini un’umida e malinconica Domenica di pioggia. La città è fastidiosamente appiccicosa e calda e riflette una luce argentea. Decido di andare a immergermi nella colorata plastilina dell’artista Nathalie Djurberg, in mostra alla Fondazione Prada. Lo spazio Prada è un luogo bellissimo e rilassante nella sua candida essenzialità e si presta spesso ad “osare” con esposizioni molto all’avanguardia. Nathalie Djurberg, trentenne videoartista svedese, ne è uno scioccante esempio. Innanzitutto immaginatevi un enorme padiglione semibuio, proiezioni sui muri, all’interno di strane caverne odorose e sul pavimento, musiche provenienti dai vari video (opere del compagno Hans Berg) che sfumano tra loro nell’enorme spazio circostante e un enorme, soffice corpo inarcato quasi in uno spasmo, che emerge dal pavimento, come fosse uno specchio d’acqua; un elegante installazione concepita e allestita appositamente per la Fondazione Prada. La Djurberg racconta storie delicatamente macabre. L’artista avvicina il suo spettatore con curiosi burattini e marionette in creta, plastilina e stoffa che richiamano i personaggi dei video e dei giochi dell’infanzia, lo seduce con sensuali bamboline denudate e, una volta rassicurato e incuriosito, lo spiazza con fiabe degenerate in incubi, proiettandolo in storie che sono una continua metafora del dolore.
Le parole chiave per leggere la mostra ci vengono fornite dall’analitico Germano Celant: “spossesamento”, perversione, sessualità. L’artista palesa la sopraffazione arrogante e voluttuosa del carnefice e l’umiliazione spesso impassibile della vittima. I personaggi sono mossi da pulsioni incontrollabili, arcane, istintuali, aggressive. La Djurberg gioca con lo spettatore come fa con i suoi pupazzi: facendoci immedesimare in essi, ci fa sentire indifesi, arrabbiati, altre volte vendicativi. Di sicuro riesce a giungere in profondità, toccando ricordi e stati d’animo che ognuno ha vissuto.
L’inesorabile destino nella danse macabre di “Turn into Me”, l’eterna irrisolutezza del gesto e dell’azione in “Alles Ist Gut”, la disperata ricerca di un connubio tra le diverse pulsioni che condizionano l’umano in “We Are Not Two, We Are One”, è ciò che corre davanti ai nostri occhi esterefatti, divertiti e schifati. Perché la Djurberg non ha compromessi, parla un linguaggio schietto e disinibito. Sono sicura che molti avventori siano rimasti impauriti dall’arte della Djurberg e abbiano preferito non ascoltare, dimenticare, soffocare ciò che l’artista, come uno sciamano, ha cercato di evocare. Credo che questa giovane ci sveli qualcosa, trascinandoci dentro noi stessi più di quanto non sembri. E questa sua capacità, più che l’utilizzo di materiali plastici e la tecnica dello stop-motion, mi porta ad accostarla a certi lavori del ceco Jan Svankmajer.
Ogni artista è un po’ un mago e quando pone le sue opere davanti ai nostri occhi è come se ci mettesse in mano delle chiavi che aprono porte verso stanze diverse per ognuno di noi. Turn into Me, nella sua materica crudezza, ci porta nei luoghi segreti e inconsci che nascondiamo pudicamente anche a noi stessi.

Nila Shabnam Bonetti






18/4 – 1/6 2008
Nathalie Djurberg, Turn into Me
a cura di Germano Celant
Fondazione Prada
Via Fogazzaro, 36 - 20135 Milano
Orario: da martedì a domenica ore 11-20
Ingresso libero
Catalogo Progetto Arte Prada, a cura di Germano Celant
Info: tel. +39 0254670515; fax +39 0252670258
info@fondazioneprada.org

www.fondazioneprada.org

 


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