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LA BIENNALE DI VENEZIA
pubblicato da Ilaria Ruggiero il 19 Giugno, 2007 - 5:38pm
Recensioni
![]() Pensa con i sensi-senti con la mente. L’arte al presente La cinquantaduesima edizione della Biennale di Venezia, presieduta da Davide Croff e curata da Robert Storr (primo direttore statunitense nella storia ultracentenaria della rassegna), allestita negli spazi delle Corderie e in parte delle Artiglierie dell’Arsenale e ai Giardini, presenta complessivamente nelle sue sedi istituzionali e in quelle deputate agli eventi collaterali un esercito di oltre 400 artisti, provenienti da tutto il mondo con opere molte delle quali site specific e nuove produzioni realizzate in collaborazione con la Biennale di Venezia per questa occasione espositiva. Sintesi di una ricognizione che va oltre le nuove frontiere dell’arte mondiale, verso nuovi linguaggi, paesi, personalità e tendenze altrimenti sconosciuti. Se il percorso espositivo ‘deputato’ alla tradizionale locazione dell’evento non eccelle in sorprese o scoperte, d’altro canto l’aria che si respira, l’apertura alla sperimentazione, alla tentazione e al nuovo, rivelano ciò che realmente la Biennale è. E cioè una tensione, un’ispirazione, una volontà. Non solo artisti, curatori, politici e tanti discorsi, dominano l’apertura di questa enorme esposizione, ma è soprattutto il contesto, la ricerca, spesso drammaticamente delusa e inconcludente, ma importante, di un qualcosa che lasci finalmente il segno. Nella storia. Lo stimolo alla ricerca non appartiene solamente a chi produce, a chi miete simbolismi, a chi elabora, propone e svela scandali, ma anche a chi guarda, a chi visita e cerca. Sospendendo quindi per qualche istante le usuali considerazioni politiche, estetiche e istituzionali, a volte ridondanti se applicate a un sistema e a una macchina così grande, ciò che più preme qui sottolineare è un valore di fondo, da non dimenticare. Il senso della ricerca. E allora è proprio cercando che ci si imbatte nella poesia esistenziale di Sophie Calle, nell’intimo realismo emotivo di Tracey Emin, nello straniante sapore orientale del Padiglione Israeliano, con le sue finestre protese verso giardini d’inverno. La ricerca e la tradizione si mescolano, laddove la parodia del proprio mondo diventa anche ironica messa in scena, come nel Padiglione Egizio. Uno scintillante e scenografico allestimento domina il Padiglione Canadese. David Altmejd realizza creature animate, che richiamano la natura e si confondono con le pareti delle sale, e tutto è opera, i muri, il soffitto, le immense sculture di ghiaccio mimato. All’Arsenale domina stranamente la fotografia, e la questione sociale. Il baconiano video di Minnette Vári fa del Padiglione Africano un padiglione realmente originale e forte, portavoce della ribellione al pregiudizio che vuole l’arte africana ancorata alla terra, alla tradizione e all’ancestrale. E’ ciò che di più visionario ed esteticamente armonico, dinamico, si potesse incontrare. Da segnalare anche il piacevole linguaggio di Giuseppe Penone, scelto da Ida Gianelli a rappresentare l’Italia con Francesco Vezzoli. Una sala avvolgente, morbida, affidata al contrasto delle materie, e dei sensi. La corteccia, il marmo e la pelle, mescolate insieme in un intreccio di natura e cultura, di istinto ed artificio. Come giustamente suggerisce Ida Gianelli, la sua opera si presta ad una percezione polisensoriale: non solo la vista, ma anche il tatto, l’olfatto e l’udito, sono coinvolti in questa esperienza. Qui si sperimenta il taglio artistico di Storr: ‘pensa con i sensi, senti con la mente’. L’odore della corteccia, il silenzio, che vibra da questo immenso ventre naturale, permettono l’ anelata esperienza totale. Al di fuori del percorso istituzionale, regna la difficile, ma riuscita, mostra al Museo Guggenheim: ‘All in the Present Must Be Transformed: Matthew Barney and Joseph Beuys’ . La mostra esamina le affinità tra due artisti che condividono, nonostante la distanza generazionale e geografica, molteplici interessi di natura estetica e concettuale. L’uso metaforico dei materiali, il credo nella metamorfosi, l’uso delle strutture narrative, i numerosi ed espliciti richiami ai miti e agli archetipi, fanno dei due artisti l’uno il proseguimento dell’altro. L’interesse condiviso per le dimensioni rituali e la generazione di universi simbolici prolifici di senso, costituiscono il fulcro di questo incantevole confronto. Commovente, elegante e raffinata è la mostra di Jan Fabre ‘Antropologia di un pianeta’, allestita a Palazzo Benzon. Riflessione sull’uomo, sulla sua mente e sulle sue forme. Il cervello è soggetto ripetutamente trattato da Fabre, studiato e riposto in quei silenti momenti di passaggio, in quei simbolici attimi di metamorfosi, di cambiamento, dove la vita e la morte si incontrano e si scambiano i ruoli. Questa creatura, figlia dell’uomo occidentale post-scientifico, diviene concetto, perché illuminata da uno sguardo arricchito dal sistema filosofico artaudiano e orientale. Sembra proprio che sia il sacro a primeggiare qualitativamente su tutta la manifestazione caratterizzando gli appuntamenti più riusciti: ancora un gioiello, infatti, è la mostra di Bill Viola ‘Ocean Without a Shore’ allestita nella Chiesa di San Gallo. Qui domina l’esplorazione degli stati di coscienza, latenti e consci, emergenti e sommersi. L’acqua, la purificazione, il doppio simbolismo dell’immersione ed emersione, il sonno e la veglia, sono i temi che Viola traccia nel trittico divino. Anche lui sottolinea, godendo delle potenzialità del video, il momento del passaggio, del cambiamento, della metamorfosi e del risveglio. Sapiente il gioco sonoro, che amplifica la suggestiva venuta e la mitica nascita dell’uomo. Ilaria Ruggiero ![]() ![]() Fino al 21 novembre Giardini Biennale, Venezia Tutti i giorni 10.00-18.00; chiuso il lunedì Ingresso: intero 15,00 euro; ridotto 12,00 euro Info: 041 5218 828 Arsenale, Venezia Tutti i giorni 10.00-18.00; chiuso il martedì Ingresso: intero 15,00 euro; ridotto 12,00 euro Info: 041 5218 828 705 letture
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