La settima arte? “On Otto”!

ritratto di guia cortassa
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Anche la Fondazione Prada torna alla ribalta durante il Salone del Mobile 2007, affidandosi alla cura di Germano Celant. Il risultato è “On Otto”, di Tobias Rehberger.
Un’opera complessa, ospitata da un’installazione architettonica concepita dallo stesso artista, non nuovo all’analisi dei linguaggi e della comunicazione in relazione ad ambienti progettati artisticamente.
Il protagonista di “On Otto” è il cinema, anzi, la struttura cinematografica che porta alla realizzazione di un film.
Il processo di esecuzione è contrario a quello usuale nella creazione di un lungometraggio: vale a dire, punto di partenza la locandina, per proseguire con titoli, colonna sonora, montaggio, riprese, scelta degli attori, realizzazione di storyboard e bozzetti per i costumi, lasciando per ultima la stesura della sceneggiatura.
Solo la locandina è disegnata da Rehberger, ogni fase successiva è affidata a uno specialista del settore, che per ideare ha a disposizione solo il materiale prodotto fino a quel momento: come un cadavre exquis surrealista, ognuno aggiunge ciò che meglio crede adatto. L’intervento dell’artista si limita allo stadio progettuale, ovvero alla decisione dell’ordine delle realizzazioni, e all’avvio della composizione.
Così, i quattro padiglioni realizzati all’interno della Fondazione Prada costituiscono i quattro nuclei fondanti del lavoro, isolati uno dall’altro, e all’interno dei quali il risultato del processo creativo diventa un momento a sé stante: una scomposizione, la dimostrazione della stratificazione che sta dietro a un’opera cinematografica, il cinema mostrato come vera tecnica mixed media dell’arte: ambiti diversi e lontani, dalla musica alla sartoria, dal disegno alla recitazione, che unendosi danno vita a un prodotto altro, indipendente, e lineare, quale il film.
Un labirinto, che rompe la linearità narrativa e strutturale della pellicola cinematografica – rettilinea anche nella sua presenza fisica, e che genera coordinate nuove e prospettive inedite per la settima arte. Succede così, che nel Pavillon II, si trovino proiettati sulle pareti, comodamente seduti in una sala cinematografica nuova sgranocchiando pop-corn, Kim Basinger, Willem Dafoe, Emmy Rossum, Justin Henry e Danny DeVito: il loro sguardo trova lo spettatore della mostra, in un capovolgimento che lo fa diventare protagonista di una recita spontanea i cui osservatori sono tra i volti più noti del grande schermo.
Un’esperienza straniante e destabilizzante, da provare entro il 6 giugno.

Guia Cortassa